Prato (venerdì, 23 gennaio 2026) — In merito al progetto di ampliamento dell’Aeroporto di Peretola (FI), che non riguarda solo la zona fiorentina, bensì abbraccia gran parte dei territori toscani, compreso quello di Prato, riportiamo un contributo scritto da parte dell’Architetto pratese Filippo Boretti che partendo dalla domanda “Ricorso al TAR sì o no”, delinea ed esamina come Prato si trovi davanti ad una mossa sociale e politica, ovvero quella di tutelare i propri cittadini e, allo stesso tempo, contare nelle scelte regionali.
di Melania Pulizzi
Il Ricorso al TAR è una decisione importante e se l’opera dello scalo aeroportuale va avanti, Prato dovrà porre paletti vincolanti come dati, soglie, regole, responsabilità e primi tra tutti quelli ambientali.
Di seguito lo scritto dell’Arch. Boretti ne fa un’analisi chiara e precisa.
Ieri La Nazione ha fotografato bene il clima: quattordici associazioni, dai comitati ai grandi nomi dell’ambientalismo fino all’Ordine degli Architetti di Prato, hanno scelto la strada del ricorso al TAR per chiedere l’annullamento del decreto VIA-VAS sul potenziamento di Peretola, sostenendo che “non c’è compatibilità con la Piana”.
È legittimo.
Ma c’è un equivoco che rischia di divorare tutto: pensare che la politica coincida col ricorso. O peggio, che il ricorso sia l’unico certificato di “difesa del territorio” e che chi non lo firma sia automaticamente “venduto” o “inerme”.
Il TAR è una leva. Importante. Talvolta decisiva. Ma non è la politica: è uno strumento di contrasto per via giudiziaria. La politica adulta, invece, dovrebbe fare anche un’altra cosa: governare la realtà quando non la può cancellare con un timbro.
Ecco perché il frame “ricorso sì/ricorso no” è insufficiente. La domanda vera è questa:
Prato vuole contare o vuole subire?
Dentro questo cortocircuito io vedo un punto semplice: non ricorrere non equivale per forza a dire sì. Può voler dire – se fatto bene – scegliere un’altra leva: condizionare l’opera, mettere paletti, negoziare pubblicamente nel miglior interesse pratese.
Perché Prato non è un quartiere della Piana, né la periferia di Firenze. È una città industriale che vive di connessioni, logistica, mobilità. Anche questo è “ambiente”: non solo alberi e bacini, ma anche tempi di vita, lavoro, accessibilità, competitività.
E allora, se l’opera procede – e i numeri del sistema aeroportuale dicono che la pressione cresce – Prato deve smettere di guardare da fuori: deve entrare nella stanza dove si decide. Non per fare la claque, ma per mettere condizioni vere e misurabili.
Poche cose, molto concrete e assai conosciute: monitoraggi pubblici e continui; regole chiare su rotte e fasce orarie; mitigazioni strutturali; intermodalità e connessioni per non far collassare la piana; le opere che Prato chiede da anni: viabilità (potenziamento della declassata, nuovo casello A11 Macrolotto 1, SR325 e connessioni con Montemurlo, l’A1 e il Mugello), tranvia e collegamento veloce alla stazione per l’alta velocità fiorentina, collegamenti ferroviari potenziati, integrazione tra scali, accessi e collegamenti strategici.
Questo è il punto: il ricorso prova a fermare l’opera. Bene. Ma se non si ferma – o si ferma solo in parte – cosa fa Prato? Subisce l’impatto senza ottenere nulla in tutele e infrastrutture?
Una città matura – che racconta di sé di essere la terza città del centro Italia – non può permetterselo.
La propaganda ha bisogno di bandiere. La politica di una città ha bisogno di risultati. Perciò la mia tesi è semplice e scomoda: la politica adulta non può esaurirsi nel TAR. Deve saper usare anche un’altra leva: negoziare con la schiena dritta, ponendo paletti nell’interesse pratese.
Non per “vendere” la salute. Ma per non vendere, un’altra volta, il futuro di Prato all’irrilevanza.
Last modified: Gennaio 23, 2026






