Prato (giovedì, 22 gennaio 2026) — Oggi proponiamo il contributo che, l’Architetto pratese Filippo Boretti ha dedicato sulla recente rimodulazione delle aperture della Galleria di Palazzo degli Alberti a Prato, decisione che è stata presa dalle autorità competenti per la scarsa affluenza registrata presso il sito.
di Melania Pulizzi
Una collezione di una certa rilevanza come quella esposta all’interno della Galleria di Palazzo degli Alberti, non può avere orari di visite ridotti per la scarsa affluenza, in quanto tale questione non è solo di tipo gestionale, bensì merita che sia presa in considerazione la valenza dei patrimoni che la nostra città possiede e di cui ci fa ricchezza, essendo noi capaci di stimolare la sua attrattività culturale.
Di seguito lo scritto dell’Arch. Filippo Boretti:
Guardare Prato negli occhi: Galleria di Palazzo degli Alberti
In questi giorni è girata una voce tossica: “chiude la Galleria di Palazzo degli Alberti”.
Non è così. La realtà è più semplice — e forse più amara: da gennaio la Galleria riduce le aperture ordinarie, restando visitabile la prima domenica del mese e nei festivi da calendario, con ingresso gratuito e prenotazione consigliata.
I media locali riportano la motivazione attribuita a Intesa Sanpaolo: poca affluenza, scelta “di buon senso” per concentrare le presenze. E aggiungono un dettaglio che pesa: alla richiesta di conoscere i numeri, le presenze sarebbero state indicate come “non disponibili”.
Ora, il punto non è fare la guerra alla banca. Il punto è guardare Prato negli occhi.
Perché se Prato fosse davvero — davvero — un polo attrattivo per arte e cultura, la reazione naturale non sarebbe “riduciamo”, ma “potenziamo”: più aperture, più mediazione, più attività, più alleanze. Invece si rimodula ciò che non viene abitato.
E qui entra la crisi della città: negli ultimi anni abbiamo parlato molto di marketing territoriale, di narrative, di turismo industriale come slogan. Ma abbiamo disimparato il presidio culturale quotidiano — quello che crea abitudine, rito, pubblico.
Eppure la città conserva una densità rara: chiese, castello, conventi, musei, galleria. Prato possiede capolavori che molte città “più turistiche” in Centro Italia si sognano — e li tratta come un bene accessorio, non come un asse strategico.
Basterebbe una domanda, quasi crudele, per misurare la distanza: chi è davvero, per un pratese medio, Francesco di Marco Datini? E cosa ha generato — fino a oggi — la sua figura, il suo lascito, la sua idea di mondo?
A volte perfino Wikipedia è più generosa della nostra coscienza civica.
C’è stato un tempo, questo sì, in cui Prato ha mostrato un’altra ambizione: dalla metà degli anni ’70 fino alla fine dei ’90, con un picco simbolico nell’epoca che portò alla nascita del Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci (1988).
Poi la lunga vicenda della collezione della ex Cassa di Risparmio ha fatto tremare la città. Ma su un punto, alla fine, Prato ha vinto: le opere restano a Prato, vincolate al Palazzo. È il nodo che ha chiuso la querelle.
E allora la domanda è brutalmente semplice: se le opere “non possono andare via”, perché sembra che siamo noi a essere andati via da loro?
La cultura — e con essa il centro storico della città — potrebbe essere un volano economico, sociale, turistico. Potrebbe intercettare chi cerca bellezza fuori dai circuiti saturi (Firenze per prima). Ma per farlo serve una città adulta: capace di programmare, comunicare, creare orari sensati, mettere in rete, costruire relazioni nazionali e internazionali — con fondazioni, musei, istituti — oltre che con scuole, associazioni, operatori, alberghi, ristorazione, trasporti.
Uno scrigno come Palazzo degli Alberti non si “tiene aperto”: si fa vivere.
E vista la sua storia, l’onere non è solo della banca: è anche della città che ha voluto — giustamente — vincolarlo a sé stessa.
Se oggi lo si apre meno, non è solo una scelta gestionale. È un indicatore: misura quanto una città crede ancora di meritare ciò che possiede.
Uno scrigno “a orario ridotto” è una città a vocazione sospesa.
Last modified: Gennaio 23, 2026






